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“E’ facile essere una femmina, bastano un paio di tacchi a spillo e abiti succinti… Ma per essere una Donna devi vestire il cervello di carattere, personalità e coraggio”: prendendo a prestito le parole di una Donna, Rita Levi Montalcini, si può far un fermo immagine di un’altra Donna, Liliana Cavani, che per geografie natali e tempi storici portava con sé il rischio di un futuro da angelo del focolare con annessi e connessi, o poco più; era il 12 gennaio 1933 quando veniva alla luce a Carpi, da mamma 21enne, colei che l’avrebbe poi “battezzata al cinema”, accompagnandola spesso in sala da bambina. 

E invece Cavani – che in questa giornata festeggia il suo 90mo compleanno – alle prassi pedisseque del destino femminile non è stata al passo, frequentando il liceo (Classico, a Modena), l’università (Lettere Antiche, a Bologna), e riuscendo infine nell’ammissione al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Senza dubbio gli evocati “carattere, personalità e coraggio” disegnano lo spirito di questa donna - sceneggiatrice e regista -, soprattutto se si guarda alla sua opera, conferma assoluta di uno spirito e una creatività audaci e progressiste, capaci di pesare con fine intelletto il sacro e il profano e di intercettare nell’uno e nell’altro i semi del suo contrario, nella perenne ricerca e messa in scena dell’essenza dell’essere umano

Se Il posto delle fragole di Ingmar Bergman è il suo film del cuore - “da piccola, mi colpì per l’intensità” -, dopo una significativa produzione di cortometraggi e documentari, Liliana Cavani scolpisce nella Storia dell’audiovisivo la prima delle tre date che segnano le tappe del cammino di San Francesco nella sua esistenza artistica: è infatti il 1966 quando realizza la mini serie tv Francesco D’Assisi, con Lou Castel. Il santo umbro torna per Cavani nell’89 e ancora nel 2014: la seconda stazione è con il lungometraggio Francesco, interpretato da Mickey Rourke, e la più recente è ancora un prodotto per il piccolo schermo, Francesco, per cui scelse il polacco Mateusz Kosciukiewicz. “Ho fatto tre film su San Francesco, e Francesco viveva con una visione della vita affascinante, per via della Fede nella fratellanza di tutte le creature: Sorella Acqua, Sorella Luna, Fratello Sole, ma persino Sorella Morte. C’è una forma di razionalità in questo, siamo tutti fatti di 120 elementi di cui son fatte tutte le creature, sia quelle che si muovono, come anche le pietre. C’era sin da lì una chiarezza scientifica enorme. Questa è l’unica ‘magia’ che posso dire di conoscere: Francesco che crede in un mondo di fratellanza universale”, racconta Cavani in una testimonianza raccolta da chi scrive, nel volume Non dire viola (ed.Cinecittà, 2018); sollecitata su un tema controverso e ludico come la scaramanzia, distante dalla forma mentis dell’autrice, la stessa ha però confermato la propria fine intelligenza e curiosità non sottraendo di confrontarsi, anzi chiamando in causa Galileo (1968), anzitutto suo primo lungometraggio per il cinema, in Concorso alla Mostra di Venezia, ma anche unica figura, ammette lei nel libro, per cui “da quando ho saputo che credeva all’oroscopo, qualche volta me lo sono fatta fare, e devo dire che ci ha preso. È colpa di Galileo!” secondo il Capricorno-Cavani, che ama il colore verde, dunque lo smeraldo come pietra, e indica nell’11 il suo numero prediletto

Come sappiamo, e come da lei stessa sempre ammesso, Liliana Cavani non è donna di Fede in senso strettamente cattolico o religioso, questo anzitutto per eredità famigliare, anche se “mia madre ha avuto una grande devozione per Sant’Antonio, aveva come un dialogo con lui, e mi sono accorta da grande che lei, per certe mie cose, può darsi che gli si rivolgesse: quando qualche volta passo dalla chiesa di Santa Maria in Trastevere, dove c’è una statua del Santo, mi vien da sorridere e gli dico: ‘dammi una mano’, perché mi ricorda mia madre. Tra l’altro siamo tutti eterni perché tutti fatti di atomi, quindi tutti contemporanei a Sant’Antonio, come a San Francesco: analizzando la via scientifica, dal ‘nulla si crea, nulla si distrugge’ di Democrito, quante cose dovremmo sapere che non sappiamo?”. 

Cavani, nell’anno della ricorrenza del suo 90mo compleanno, fedele al suo personale di femmina e d’intellettuale, si conferma “controcorrente” alle prassi precostituite (anche dell’anagrafe) e in questo periodo è stata dietro l’ennesima macchina da presa, quella del film da L'ordine del tempo dello scienziato, dello scrittore Carlo Rovelli: ma la sua storia di regista – che annovera titoli ciascuno all’altezza di una singola pubblicazione, volendo, da Il portiere di notte a Al di là del bene e del male (lo scorso anno restaurato da Cinecittà e presentato alla Mostra del Cinema di Pesaro, che le ha dedicato anche una monografia: Liliana Cavani. Il cinema e i film a cura di Cristiana Paternò e Pedro Armocida, ed. Marsilio), da I cannibali a La pelle – non è solo una storia di cinema, ma anche d’opera, infatti Cavani, nel tempo, ha diretto capolavori lirici, non raramente accompagnata da altri maestri del cinema nel proprio campo, in particolare Gabriella Pescucci (costumista, premio Oscar) e Dante Ferretti (scenografo, premio Oscar), compagni d’arte per Un ballo in maschera (2001) al Teatro alla Scala, per Werther (2004) al Comunale di Bologna, o ancora per Alceste (2005) e Macbeth (2006), per cui lo scenografo marchigiano le è stato accanto sempre al Regio di Parma.

E se Liliana Cavani al cinema ha sempre l’ardire di non celare le dinamiche dell’animo umano, come regista d’opera invece ama la tradizione, con fedeltà al libretto e alle convenzioni del genere, creando però un flusso di canali comunicanti che trasportano spesso, sul palco operistico, la visione scenica (e scenografica) propria del cinema

Liliana Cavani, proprio in occasione della ricorrenza del suo compleanno corrente, è stata festeggiata ufficialmente nei giorni scorsi presso il ministero della Cultura (leggi articolo), e – tra gli altri – in carriera è stata premiata con il Ciak d’oro alla Carriera (2009), il David di Donatello (2012), anch’esso alla Carriera, e nel 2018 con il Premio Robert Bresson a Venezia “per la testimonianza, significativa per sincerità e intensità, del difficile cammino alla ricerca del significato spirituale della vita”. 

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