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TORINO - Torino Film Lab abbraccia in sé (anche) la seconda edizione della sezione TFL Up&Coming Italia, dedicata a produttori italiani emergenti – insieme ai registi dei progetti: un programma formativo del TFL, nell’ambito del TFI Torino Film Industry. 

La tre giorni torinese di TFL Up&Coming Italia - corollata di masterclass, training e networking, con cui TFL mira ad accrescere le competenze dei partecipanti in merito a coproduzioni, mercati e finanziamenti internazionali e a rafforzare le loro connessioni con l’industria cinematografica – s’appresta a concludere: Francesco Giai Via (già direttore del Festival di Annecy Cinéma Italien - Francia e del Carbonia Film Festival in Sardegna, consulente per la programmazione della Mostra del Cinema di Venezia e collaboratore del Venice Production Bridge) ha curato, per il secondo anno, la sezione, che conta 4 progettiA cross - regia di Irene Dorigotti, produttrice Francesca Riccardi (Start); The Last Lesson - regia di Andrea Mura e Federico Savocon, produttrice Chiara Andrich (Ginko Film); Woow scritto da Marianna Cappi, regia di Valerio Binasco, produttrice Alessandra Limentani (Rosamont); The White House – regia Francesco Romano, produttrice Raffaella Pontarelli (Amarena Film). 

Francesco, quali le continuità e quali le differenze tra la prima e la seconda edizione? E, alla luce della conclusione di quest’ultima, cosa avete capito essere imprescindibile e quali potrebbero essere, invece, ulteriori integrazioni e adattamenti futuri? 

 Il progetto nasce da un desiderio interno, connesso alla voglia di restituire una competenza del TFL al giovane tessuto produttivo italiano. Nasce dai tanti incontri che io faccio in giro per l’Europa, per i festival, in cui ci sono talenti che hanno voglia di misurarsi con sfide più complesse, ma anche la voglia di contesti un po’ protetti come i nostri. L’anno scorso abbiamo individuato le cose un po’ imprescindibili quando si vuole confrontarsi con mercati internazionali: le dinamiche stesse dei mercati, con le vendite in modo primario; portare un produttore con una forte esperienza internazionale che trasmetta una cosa fondamentale: far capire se si abbia la competenza per capire se esista davvero un potenziale nel ‘mio’ progetto e – ammesso che ci sia – dove posso andare a cercarlo, ovvero quali domande mi devo porre prima di partecipare indiscriminatamente ai mercati; è molto importante anche confrontarsi con le istituzioni: per un’architettura di programma, quest’anno non siamo riusciti a inserire questo aspetto, ma è fondamentale, perché anche la DG Cinema ha dotato i produttori italiani di nuovi dispositivi che stanno veramente cambiando il posizionamento nei mercati internazionali, per esempio con il Fondo Minoritario, questo serve anche per riposizionare la percezione dei produttori italiani all’estero, cosa fondamentale. Noi, qui, facciamo tre giornate di full immersion, in cui smontiamo e rimontiamo i progetti da un punto di vista produttivo, di mercato e di presentazione pubblica: non c’è una fee di partecipazione ed è fatto tutto con risorse interne, è un’occasione per noi anche di scouting, è un modo infatti per incontrare progetti potenziali, dar loro qualche stimolo, e una prossima volta – quando dovessero fare application per i nostri programmi internazionali, estremamente competitivi – i dossier potranno avere più chance. 

Quali i criteri per la selezione dei 4 progetti partecipanti, quali caratteristiche ne hanno determinato l’opportunità di essere parte del TFL Up&Coming Italia 2021?

 Sono accomunati tutti – così come il team al loro interno – dall’essere la manifestazione del voler fare ‘qualcosa di più’, di fare un passo in avanti, che può essere l’opera prima di un promettente diplomato dal CSC, può essere un doc più complesso di una giovane autrice, può essere il primo film di finzione di una società di documentari, per cui quello slancio è fondamentale e sicuramente sta in questi progetti, nei profili della persone, nelle lettere di motivazione; ci vuole sì un set di competenze, che però magari va anche aiutato, implementato, fatto crescere. Ci vuole una grandissima forza di volontà e una visione, cui si somma l’essere accompagnati e il resistere nel percorso. Noi abbiamo ricevuto una trentina di richieste di partecipazione, un buon numero.  

C’è una totale dominante di produttrici donne: un caso, una normalità, una tendenza? Quali sono le caratteristiche di un buon giovane produttore e, se c’è, esiste un valore aggiunto dato ‘dal femminile’?

 I profili vengono visti sempre sulla base delle competenze, e della volontà di fare: nel momento in cui si arriva ad una short list, per cui possono esserci candidati equipollenti per mille ragioni, ho ritenuto fosse importante dare un segno forte, necessario. Ci vogliono più autrici e più produttrici nel nostro Paese, non solo produttrici che gestiscono budget limitati, ma anche che sia messo un seme per cose più complesse. Dev’esserci una grande apertura, una grande curiosità e, soprattutto, una grande voglia di condividere e di cooperare, una grande capacità di ascolto e in questo, forse, le donne sono un po’ più capaci: solo se si è davvero aperti alla collaborazione e allo scambio si può arrivare a fare le cose insieme, ed è fondamentale, parlando ovviamente di produttori secondo il nostro punto di vista, ovvero di ‘creative producer’, cioè non solo persone che vanno in giro a cercare soldi, ma che accompagnano un film in senso ampio in tutte le fasi della sua evoluzione, e permettono al regista, al cast tecnico/artistico, di trovare le migliori condizioni possibili; quindi, sono proprio dei partner forti, con la voglia di acquisire un set di competenze solido, perché se ci si deve confrontare con i sistemi degli altri Paesi bisogna imparare un sacco di cose, saperne altrettante, essere molto attenti ad un’architettura complessa. Bisogna essere estremamente preparati, quindi essere anche disponibili a imparare qualcosa che non si conosce, sperimentando un modello che non è quello acquisito: comporta una formazione permanente e una grandissima flessibilità. 

Negli ultimi mesi, anche alla luce della florida partecipazione del cinema italiano alla Mostra di Venezia, si parla spesso di ‘stato di grazia’ del nostro cinema: lei, che cinema del futuro imminente/prossimo avverte in questi progetti? Le sembra che siano nascenti ‘nuove onde’?

 Ho la fortuna di dirigere e programmare il Festival di Annecy Cinéma Italien, un buon osservatorio, dove stanno passando nel tempo tanti film passati attraverso TFL, uno per tutti Piccolo Corpo (leggi articolo), un film bellissimo. Lì, io faccio una programmazione di cinema italiano contemporaneo, il cinema dei giovani autori italiani, dove i ‘vecchi’ sono Pietro Marcello, Alice Rohrwacher e Minervini, la vecchia onda della nuova onda, accanto a cui c’è la nuovissima onda, come Re Granchio o il film di Laura Samani appunto, così come Francesco Montagner. Sento che c’è qualcosa che spinge: gli autori hanno un rapporto speciale con i propri produttori, aperti già ad un orizzonte che va al di là del proprio Paese: pensi a Piccolo Corpo, girato in un piccolo paesino di una Regione molto remota dell’Italia, parlato in dialetto, un film che però sta facendo il giro del mondo, questo perché ha saputo partire da un posto molto specifico ed è montato come una co-produzione, con tre Paesi. Il più possibile questa struttura di produttori riesce a farsi sistema, essere virtuosa, più finiremo – spero – di parlare di ‘un momento’ e parleremo di un Cinema Italiano di qualità che esiste sempre, grazie anche a istituzioni che ci credono. I livelli sono interconnessi: a livello nazionale ci sono le istituzioni che cominciano a credere e creano dei dispositivi; i produttori partono da lì e dialogano con l’estero; e gli autori devono essere aperti sullo sviluppo creativo, devono essere consapevoli che il pubblico è una cosa completamente astratta, può essere dislocato ovunque. E, secondo me, se il dialogo continua, come credo e spero, la smetteremo di parlare di ‘un bel momento del Cinema Italiano’: quando avremo smesso di farlo, avremo raggiunto un obiettivo; un po’ di tempo serve ma stiamo accelerando, cioè negli ultimi dieci anni c’è stato un passo in avanti fortissimo, bisogna un po’ mantenere il ritmo. 

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