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TORINO - Alpi Film Lab è una delle due sezioni del Torino Film Lab con un’anima (quasi) prettamente italiana: TFL Up&Coming Italia (leggi articolo) è quella esclusivamente dedicata a progetti e professionisti del cinema nazionale, mentre questo programma di alta formazione parla a produttori emergenti italiani e francesi, sia con un progetto caratterizzato da un potenziale di coproduzione transfrontaliera (4 produttori), sia senza progetto ma interessati a sviluppare le proprie competenze nell’ambito della coproduzione tra Italia e Francia (4). 

8 team (produttore e regista con progetto + coproduttore transfrontaliero senza progetto) che si misurano con una vera e propria simulazione di coproduzione italo-francese: 3 sessioni di workshop in presenza, 3 intermedie online e una finale di presentazione nell’ambito del Torino Film Industry grazie alla collaborazione con la Film Commission Torino Piemonte.

Chiara Laudani, tutor di Alpi Film Lab, ci restituisce una fotografia di quando e come nasce la sezione, e qual è la sua missione nelle differenti fasi?

 Il tutoring in questo caso comporta acquisire il progetto nel momento in cui è stato selezionato, e iniziare a fare un lavoro con il produttore e l’autore, e chiaramente anche con il produttore minoritario; è un lavoro di sviluppo, perché il trattamento che arriva è un primo step il più delle volte. Si tratta di ripercorrere – o percorrere per la prima volta – con gli autori il significato del trattamento, capire le direzioni che può prendere il film: è sempre un lavoro di ostetricia, quindi di seguire lo sviluppo e mantenere una costante lucidità rispetto al materiale. La presenza di una coproduzione minoritaria è rilevante perché costringe il tutor ad assumere punti di vista diversi, chiaramente un Paese diverso porta dentro al progetto letture personali, e questo è molto interessante; al di là della drammaturgia classica, questo comporta una ricerca maggiore. 

Personalmente, come approda a TFL Alpi Film Lab, e qual è lo scambio tra il suo ruolo e i partecipanti?

Io ho lavorato parecchio come tutor per il TFL e di conseguenza sono stata chiamata da Francesco Giai Via in funzione di questa esperienza maturata: io sono sceneggiatrice, e questa collaborazione è per me estremamente stimolante perché restituisce e restituisco; mi rendo conto che l’approccio è quello di non essere mai paghi e non bisogna farsi ipnotizzare dal materiale, perché s’arriva ad un momento in cui soddisfa o stordisce, per cui c’è sempre da mantenere un grado di lucidità. Ho trovato gruppi di lavoro ricettivi, disponibili, e nei produttori una competenza, un’umanità, una professionalità che mi hanno dato molto. 

Con quale criterio sono stati selezionati sia i produttori con progetto, sia quelli senza progetto? E in che percentuale giocano l’aspetto prettamente professionale della persona e quello creativo dell’idea?

 Io non facevo parte dell’ambito selettivo, credo però i progetti fossero diversi fra loro, chiaramente, con anche idee di regia molto differenti. L’aspetto umano è fondamentale: anche una posizione ostica, volendo, in cui per altro non mi sono mai trovata, se finalizzata a un aumento della possibilità di comunicazione, con una disponibilità che non significa che tutto vada bene, può essere stimolante: c’è una conflittualità che va tenuta nel territorio del progetto, un confronto sempre accesso e sempre vivace. 

E, ancora, con quale criterio si sceglie di appaiare produttore e regista con progetto & produttore minoritario?

 Un po’ di affinità produttiva. Per esempio, per La bambina di sale si parla di animazione e il produttore francese viene da quel tipo di formazione, quindi per vicinanze di poetica: rimangono comunque due Paesi diversi, per cui c’è una comunanza ma anche una modalità di trattare le tematiche in maniera differente: c’era uno studiarsi, un ‘annusarsi’, un capire, trovare una strada comune, ma c’è sempre stata una grande disponibilità, che era un pochino la scommessa per noi e chiaramente anche per i produttori arrivati senza progetti. 

Pensando agli 8 gruppi di lavoro dell’Alpi Lab 2021, alla miscellanea tra italiani e francesi, registra aspetti che più prettamente caratterizzano gli approcci creativi/produttivi degli uni rispetto agli altri, che poi magari riescono a trasferire ai colleghi dell’altra nazionalità?

 Io ho lavorato in confronto costante con Anna Ciennik, la mia omologa francese, che lavorava sui progetti francesi con la produzione italiana minoritaria: il portato francese è socialmente e culturalmente diverso, per questioni sociali appunto, geografiche e storiche, di conseguenza in alcuni aspetti c’è un’apertura un pochino più a 360°, ma anche perché le tematiche di cui loro possono occuparsi sono a più largo spettro. E non è una limitazione, quella italiana, è proprio mettere il punto su sistemi di conflittualità che danno vita alla drammaturgia che sono diversi e per alcuni casi universali e per altri molto italiani, in questo caso rappresenta anche un valore. 

Alla luce di questa prima edizione, cosa si sente di suggerire per migliore ulteriormente la sezione?

 È una questione che abbiamo già discusso, in realtà. Sicuramente uno scambio ulteriore, un’ulteriore interazione dei tutor, cosa che naturalmente comporta dei tempi, perché più ci sono feedback, più aumenta lo stimolo, ma altrettanto bisogna stare nei limiti temporali, perché è importante anche arrivare a una chiusura, quindi va fatto cum grano salis, capendo la dose e la modalità. Come prima esperienza sono entusiasta.   

I partecipanti all’edizione di quest’anno di Alpi Lab sono stati 24 complessivamente, di cui 15 italiani: la call 2022 apre il 15 dicembre 2021 e chiude il prossimo 15 febbraio. 

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TFL 2021

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