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TORONTO - Si è chiusa in Canada l’ottava edizione dell’Italian Contemporary Film Festival. L’Icff (leggi qui i premi) è ormai uno dei festival di cinema italiano più importanti al mondo e copre una superficie geografica lunghissima, mostrando film italiani da Vancouver, nella costa del Pacifico, fino a Quebec City. Fulcro della manifestazione, oltre ai film, è stato il Business Day, organizzato nei Pinewood Toronto Studios, che si è aperto con l’intervento di Nicola Piovani, compositore e vincitore dell’Oscar per La vita è bella. A Piovani, giunto per la prima volta nel paese degli aceri, il festival ha consegnato il premio alla carriera alla fine di uno straordinario concerto che il maestro ha tenuto la sera al Tiff Lightbox, sede del Toronto International Film Festival, con il pubblico torontino che gli ha dedicato una standing ovation.

“La prima cosa di cui vorrei parlarvi – ha detto Piovani al Business Day – è una sensazione che ho avuto tre giorni fa arrivando in Canada dall’Italia. Uno dei fastidi che provo in Italia è il dilagare della musica di sottofondo, quella musica che si sente nei ristoranti mentre si mangia, nei supermercati mentre si compra, nelle piscine... Una musica bassa bassa, che sta un po’ ovunque, come una melma. Pensavo, venendo in Canada, di venire in un paese, su questo specifico tema, più civile dell’Italia. Purtroppo, mi sbagliavo. Appena arrivato in aeroporto e poi in albergo, un albergo molto lussuoso, sono stato sommerso da questa musica di sottofondo, che mi ha fatto venire voglia di tornare in Italia”.

“Questo concetto – ha proseguito Piovani – è collegato al discorso della musica da film. Questo costume, che io vivo come un malcostume, ci abitua a cancellare la musica, ci abitua a sentirla senza ascoltarla. Questo rapporto, distante fra quello che succede e quello che fa la musica in sottofondo, negli ultimi anni si è trasferito anche nello stile cinematografico, nella musica da film. Nei film del passato c’è sempre una partitura di un musicista che fa il drammaturgo musicale, cioè uno che scrive una musica seguendo la drammaturgia del film, accompagnandolo e modulandosi sul montaggio del film. Lo ritroviamo nei grandi capolavori del passato come Ladri di biciclette o Roma città aperta, ma anche nei film di Totò, i capolavori di Hollywood, inclusi i film di Steven Spielberg. Ma noto che, non solo in Italia, si va diffondendo un nuovo rapporto tra musica e immagini. Non vorrei giudicarlo migliore o peggiore, ma è sicuramente molto diverso. Molti film si accompagnano a compilation di dischi preesistenti, di successi, di celebri temi di musica classica, qualcosa che già esisteva e entra nel fim come un oggetto. Questa discrasia che c’è fra quello che avviene nella storia e quello che si sente nella musica, a volte nel passato era uno stile voluto per alcune scene. Oggi si utilizzano musiche anche ballabili in sottofondo. Questo nuovo stile sta dando anche dei riconosciutissimi successi internazionali. Ma io ho la sensazione che, nel bene e nel male, abbia un’origine precisa e venga dall’uso che si fa della musica negli spot pubblicitari, che hanno uno stile icastico, immediato, basato su quattro note, spesso non legato alle immagini. È uno stile buono per vendere un prodotto. Ma non sono sicurissimo che sia il più adatto a raccontare una storia".

Altro premio Oscar per Green Book, Nick Vallelonga, è stato intervistato nello stesso contesto dei Pinewood Studios, da Piera Detassis, presidente e direttore artistico dell’Accademia David di Donatello, giunta dall’Italia per l’occasione. Com’è la sua vita dopo questi due Oscar, miglior sceneggiatura e miglior film, ha chiesto Detassis. "La mia vita è cambiata, non dormo più – ha scherzato Vallelonga, co-sceneggiatore e produttore di Green Book – ma mi piace, perché altrimenti non sarei qui, a Toronto, dove lo scorso anno abbiamo vinto il primo premio, quello del publlico, al Toronto International Film Festival. Toronto ha quindi un posto speciale nel mio cuore".

"Negli anni '60 – ha poi proseguito Vallelonga – ero un bambino, mi ricordo mio padre che partiva, le storie che vivevamo e che ho continuato a scrivere. Negli anni '90 ho cominciato a registrare mio padre che mi raccontava quelle storie. Ma mi ha chiesto di aspettare che morisse per raccontarle. Ho aspettato, recitando, anche in brutti film, ho fatto fatica. Ma nel 2013, dopo che mio padre è morto, ho deciso di raccontare tutto. Ho lasciato anche i nomi veri, o i soprannomi".

Nel film, ha sottolineato Detassis, il cibo italiano, le conversazioni, sono raccontate così bene. “Sono cresciuto in una famiglia italiana – ha spiegato Vallelonga – e ho voluto mostrare i valori italiani, il cibo, il calore umano. Ti svegliavi e c‘erano dieci persone in casa. Mia madre è sempre stata un’ottima cuoca e venivano tutti a mangiare da noi. Lei insegnava alle mogli dei miei zii come cucinare. E io ho voluto mostrare proprio questo, i rapporti familiari. Nel film ci sono infatti veri rappresentanti della mia famiglia. I due nonni, sono uno il fratello di mio padre e l’altro il fratello di mia madre, che hanno vissuto quella storia nella vita vera. Mentre giravamo il film, loro mangiavano per davvero e finivano tutto il cibo. Non ne rimaneva mai sul tavolo. E il regista diventava matto, non ce n’era più per girare di nuovo! I mie zii non facevano che mangiare! Questa era in effetti la vita di una famiglia italiana nel New Jersey".

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